venerdì 2 settembre 2011

The Walking Dead, seconda stagione da paura


Un lancio in contemporanea mondiale lo scorso anno per una prima stagione breve ma intensa.
Un'epidemia, racconta la sua versione della storia Andrew Lincoln, uno degli attori protagonisti, tramuta l'umanità in zombie. In realtà non è ben specificato cosa sia successo, e il punto, che sottolinea il creatore della serie, Frank Darabont, è che non è importante il perché bensì il come: pustole, occhi iniettati di sangue, pelle cadente ed un'irresistibile, contagiosa voglia di mangiare uomini. Con un solo morso possono ridurti come loro. Il perché questo aspetto sia importante è subito spiegato: una manciata di persone è rimasta immune a questa inaspettata trasformazione e si ritrova a scappare dal menù a la carte dei morti viventi. Così termina il nostro fugace sunto per chi ultimamente fosse vissuto sotto una roccia.

Ora, cosa ci aspetti per la prossima stagione, questo sì, lo sanno in pochi. Perché il cast e la troupe custodiscono a peso d'oro le informazioni estratte dalle nuove sceneggiature, il doppio in numero rispetto allo scorso anno, per un’annata più lunga e più articolata.
La promessa è una quantità di zombie mai vista prima, e questo fa tirare un sospiro di sollievo ai fan, e una più intricata analisi dei personaggi, che, con un cast corale di 13 protagonisti può diventare interessante. Il corollario è che superato lo shock iniziale il grappolo di superstiti debba cominciare a fare i conti con una nuova esistenza, contaminata, perseguitata, e mai più come una volta. Non si tratterà più solo di scappare, ognuno di loro dovrà decidere come affrontare il domani, se combattere, e come, per sopravvivere o lasciarsi andare. Sarà così che assisteremo a una grande crescita personale e collettiva mentre il gruppo di fuggiaschi diventa man mano una famiglia allargata, comprendendo i Grimes, madre padre e figlio, gli altri superstiti incontrati nella prima serie ed una nuova famiglia su cui è impossibile rubare indiscrezioni.

Anche quest’anno è previsto un battage pubblicitario planetario che lancerà la serie nell’iperspazio dei nerd con biglietto di sola andata. Ma facciamo una pausa e chiediamo al cast cosa voglia dire essere nerd. “Un nerd è un entusiasta” dice Lincoln, “secondo questa definizione io sono un nerd, ognuna delle persone coinvolte in The Walking Dead lo è”. La forza del prodotto secondo i protagonisti e i creatori sta infatti nell’incredibile entusiasmo con cui è realizzato, che porta gli episodi a essere così esplosivi, gli effetti speciali così dettagliati e il pubblico così reattivo. Una giornata sul set è come una festa di Halloween trattata con molta serietà, con attenzione al dettaglio, dedizione e professionalità, le quali trasudano poi dallo schermo decretandone il successo. Nessuno si sorprende dunque che un contenuto così di genere abbia avuto un successo planetario, perché la cultura popolare, dicono, è un organo democratico, e ciò permette a un animale da nicchia come questo, se realizzato onestamente e con passione, di stimolare altrettanto sincero interesse. Una squadra che non teme concorrenti finché, come pare che sia, il lavoro procederà a ranghi serrati con sceneggiature che tengono il fiato sospeso, un’impeccabile attenzione ai dettagli e indiscusso rispetto per il concetto originale, un mondo straordinario ma ferocemente realistico.

Realistico nelle relazioni. Costrette a vivere fianco a fianco diverse personalità che fanno a cazzotti si trovano a dover cooperare contro un nemico più grande. Un continuo divenire, sia per chi guarda che per chi recita. Non ci si annoia mai negli studi della AMC, un giorno ci si deve odiare, il giorno dopo è necessario difendersi a vicenda da un inaspettato attacco di zombie. Le emozioni sono mantenute vive, la performance interessante.
Realistico nelle interpretazioni. Lanciati in una foresta popolata di animali assurdi per girare una scena della seconda stagione, gli attori non hanno dovuto faticare per fingere di essere spaventati dall’imminente attacco dei morti viventi dovendosi guardare per davvero le spalle dalle bestie selvatiche.

A tal proposito, come in tutti i greggi c’è una pecora nera. Così come in ogni mondo post-apocalittico non c’è niente di veramente al sicuro. Chiunque dall’oggi al domani potrebbe essere morso e trasformato. I produttori ci tengono a sottolineare che tutto può succedere e nessuno, nessuno, è salvo, lanciando gli attori in una sessione straordinaria di analisi a microfono aperto in cui raccontano come sia meraviglioso lavorare con un gruppo così coeso, finendo in un panegirico rivolto al boss Darabont il cui succo ha tanto il sapore di una supplica per mantenere il proprio posto di lavoro. Sono candidi nell’affermarlo, sperano davvero che il loro personaggio sopravviva per non dover abbandonare lo show, ma ne hanno la certezza soltanto di settimana in settimana quando ricevono la sceneggiatura della nuova puntata, al che si chiudono in un luogo isolato per leggerla tutta d’un fiato. Tra i giornalisti si mormora, la curiosità a questo punto bolle finché, per tornare alla pecora nera, la bionda del gruppo, Laurie Holden, per non tradire le aspettative legate al suo colore di capelli, quando le viene chiesto quanto tempo si impiega a truccare uno zombie cinguetta: “Che ne sappiamo noi, nessuno dei presenti è stato ancora trasformato”. Ci sarà da crederle?


(Cristina Fanti)
da Sky Magazine

giovedì 1 settembre 2011

L'Alba del Pianeta delle Scimmie, la rEvoluzione


In origine fu Charlton Eston, che alla fine trovò la Statua della Libertà e capì che si trovava sulla terra. Poi andarono di moda gli uomini muscolosi e fu la volta di Mark Whalberg, che alla fine trovò il Lincoln Memorial e capì che si trovava sulla terra.

Oggi è il momento della svolta animalista e di rivivere la mitologia de Il Pianeta delle Scimmie attraverso gli occhi di un primate. Non uno qualsiasi bensì quello che ha iniziato la guerra che ha posto fine al mondo come lo conosciamo.

Era ora, sostiene il regista Rupert Wyatt, di rivisitare questo mito senza tempo, mantenendo delle similitudini con il passato ma azzerando gran parte di ciò che abbiamo visto fin ora, soprattutto i vari viaggi nel tempo che, diciamocelo, sono nati fondamentalmente dalla necessità di arrangiare un sequel. Liberi da questa schiavitù narrativa il team dietro a L’Alba del Pianeta delle Scimmie si è concentrato sulla storia di uno scimpanzé dotato di un’intelligenza raffinata, mutata dal virus dell’alzheimer, e allevato da un ricercatore (James Franco) come un membro della sua famiglia, dunque abituato a vivere come un uomo.

Era ora perché finalmente è stato possibile affrancarsi da costumi pelosi e protesi facciali e popolare la scena di veri primati senza bisogno d’impiegarne alcuno. Quantomeno ipocrita sarebbe stato lo sfruttamento di scimmie per un film che racconta della loro liberazione. E così è ancora una volta l’avanzamento tecnologico a fare da propulsore all’arte. Insomma, se la vita ti da i limoni non ti resta che fare la limonata. Per indugiare nella nostra metafora, il regista assicura che la performance capture (e cioè la registrazione computerizzata dei movimenti del corpo per poi sostituirne le fattezze) è solo il bicchiere, ovvero un mezzo per dissetare lo spettatore, e non il succo della comunicazione, non dunque un genere cinematografico a se stante.

Uno splendido strumento, commenta Andy Serkis, protagonista del film, che slega l’attore dal suo corpo e lo mette in grado d’interpretare qualsiasi cosa, con il solo limite dell’immaginazione. E’ naturalmente molto difficile riuscire a ignorare la tuta e la maschera, i cavi e i sensori che permettono la cattura del movimento e inanellare una buona performance, ma lui in questa pratica è considerato il leader mondiale. Il motivo secondo Wyatt è semplicemente, anche se in molti se lo scordano, che è un grande attore.

Affezionato alle scimmie, che interpreta per la seconda volta dopo il Kong di King Kong di Peter Jackson, racconta di aver prima studiato come si comporta uno scimpanzé e di aver poi costruito su quell’impalcatura il personaggio di Caesar, la cui intelligenza descrive come quella di un bambino super dotato: inconsapevole. Innanzitutto è stato questo soggetto molto complesso ad attrarlo alla storia, un essere sfaccettato che fra le altre caratteristiche aveva quella di essere un animale.

Caesar cresce fra gli uomini e crede di fare parte della nostra specie ma non gli sono stati attribuiti connotati troppo umanoidi, quale presunzione avvicinare a noi ogni essere d’intelligenza superiore. La sua brillantezza, così come la sua brutalità risulteranno credibili e il duo assicura che la sua essenza non è stata “disneyficata”.
D’altra parte le scimmie in questo film non parlano, i pensieri e le decisioni di Caesar devono dunque passare attraverso le espressioni e i movimenti del corpo, senza essere però troppo didascalici rischiando di tradire la realistica fisicità animale. Una bella sfida. Una sfida molto costosa, sottolinea il regista.

La verità nascosta fra le pieghe della sua pelle coriacea esplode quando Caesar raggiunge un punto di rottura con il suo mondo e si rende conto di essere diverso dalla famiglia con cui è cresciuto. E’ rinchiuso quindi in un santuario, uno zoo avanguardista, che ospita parecchie scimmie dal passato traumatico incapaci d’interpolarsi fra loro se non con la violenza, come in una galera, ed entra finalmente in contatto con la sua specie, che però non riconosce come tale.

In questo limbo esistenziale nel quale è stato innestato in qualche modo dall’uomo e dalla scienza Caesar trasformerà l’evoluzione in rivoluzione. Appuntamento al 23 Settembre, quando un nuovo mondo sorgerà.

(Cristina Fanti)
da filmfilm.it

mercoledì 31 agosto 2011

Andrew Niccol predice il futuro


È lento e quasi strisciante il passo di Andrew Niccol, si muove piano e si siede adagio, un po' piegato su se stesso. Neozelandese, di poche parole, spalle leggermente spioventi, occhi chiari, sguardo timido e sorriso furbetto. Ricorda nelle forme e nei colori un posato, aggiornato George McFly. Siamo al Comic-Con di San Diego, si potrebbe quasi ipotizzare un travestimento-citazione, ma Niccol il suo estro lo esprime altrove e l'omaggio è solo nella testa di chi guarda.
D'altronde stuzzicare la mente dello spettatore è il suo gioco preferito, la sua penna ha firmato sceneggiature come The Truman Show e Gattaca, visioni di un mondo contorto da far pulsare la materia grigia. Passato dietro la macchina da presa solo per la seconda di queste pellicole ha continuato a produrre idee regalandole ad altri cantastorie, come per The Terminal e Steven Spielberg.
Quest'anno, a cinque dal suo ultimo lavoro, Lord of War, ci presenta un thriller fantascientifico, come ci tiene a definirlo, che ancora una volta passa al microscopio la nostra società proponendosi di anticipare domande fondamentali per una moderna autoanalisi collettiva.
Come The Truman Show aveva presentato il tema della tv realtà, ancora poco esplorato all'epoca, e con S1m0ne indagava le implicazioni della fama e della tecnologia cinematografica, in questo nuovo viaggio tratta di ricchezza e povertà estreme, dove il vero lusso è il tempo, e non è una frase fatta.

In questo mondo che ho creato, dice, la buona notizia è che si smette d’invecchiare a 25 anni, la cattiva notizia è che ognuno è geneticamente programmato per vivere soltanto un altro anno. Al compimento del quarto di secolo infatti sull’avambraccio sinistro, nella forma di una sorta di tatuaggio luminoso, comincia a scorrere un countdown dei giorni, delle ore e dei secondi che mancano alla propria terminazione. La lotta alla sopravvivenza diventa dunque una corsa alla conquista di tempo che letteralmente sostituisce ogni moneta. Si lavora, e alla fine del mese si guadagna una settimana. Si va a cena fuori e all’arrivo del conto si perdono due giorni. Molto semplice. Ne consegue che i ricchi vivranno per sempre e sulle teste dei poveri pende un’affilata mannaia.

L’idea nasce dalla sensazione che in questo periodo storico l’uomo sia a poco a poco disumanizzato da una schiavitù economica che livella la popolazione in due classi, separate da un grande nulla, e in cui la scienza rischia di oltrepassare limiti invalicabili. E’ un gioco d’ingegneria genetica finito male che da inizio a questa spaventosa realtà in cui la fontana dell’eterna giovinezza non solo esiste, ma è gestita da pochi.
Si tratta di un mondo realistico, precisa Niccol, mentre il cast alle sue spalle annuisce, condito da quell’elemento disturbatore che lo tinge di fantascienza, questo orologio biologico che, si dice nel film, è la morte di tutte le altre invenzioni. I poveri infatti non hanno abbastanza tempo per ideare nulla, utile o meno che sia, e i ricchi non hanno alcun incentivo per fare oggi quello che potranno fare fra cento anni. Non è un caso che si sia girato a Los Angeles, ridacchia il regista, la capitale del desiderio di restare giovani per sempre.
Interessante scoprire come il casting lo abbia fatto sudare, costretto a cercare vecchie anime in corpi giovani per personaggi che in apparenza hanno appena toccato il quinto lustro ma che in fondo non hanno età. Senza l’aiuto di attori caratteristi dal volto segnato il regista ha dovuto scavare molto a fondo, e ha trovato Justin Timberlake e Amanda Seyfried che sicuramente lo ripagheranno in pubblico.

Molti andranno vedere il film per loro, qualcuno lo farà per le pistole, gli inseguimenti e l’azione, e per i palati più fini si promettono anche delle idee, e una storia d’amore. Il tutto shakerato dal regista come su una montagna russa. Ma queste sono per ora solo parole. La grande anteprima regalata alla platea di San Diego ci ha mostrato uno spunto semplice: un ragazzo ordinario si sveglia a un giorno dalla fine del suo conto alla rovescia e cerca di restare vivo, supplicando, rubando e forse anche uccidendo. Sempre di corsa, perché non c’è tempo da perdere.
Sperando che il nostro conto alla rovescia inizi il più tardi possibile sarà l’uscita del film a sancire se ancora una volta ci sentiremo riflessi negli occhi piccoli e schivi di Niccol.


(Cristina Fanti)
da The Cinema Show

lunedì 25 luglio 2011

Comic-Con 2011 - Day 2

Due le portate principali della seconda giornata del Comic-Con 2011. A mezzogiorno Steven Spielberg presenta Tintin, a cena un assaggio di The Amazing Spiderman con un supereroe dal fiato corto per l'emozione.

La vera colazione, un antipasto mattutino se vogliamo, è stata invece servita per la stampa su una terrazza mozzafiato in compagnia del cast di The Walking Dead. Bagels e bacon, fucili e zombie, secondo il gusto americano. Grandi promesse per la nuova stagione, tra un giro di sciroppo d'acero e l'altro, ugualmente dolci per le orecchie dei fan: maggiore esplorazione dei personaggi, il doppio degli episodi e molti, molti più morti viventi. Non si preannuncia però saccarosio nella trama, il telefilm non perderà la sua grinta, tanto che gli attori sono perseguitati dall'incubo di restare senza lavoro qualora il loro personaggio venisse trasformato. Nessuno si spinge oltre, anche se sembra di capire che tutti i presenti siano ancora ben lontani dalla decomposizione.


Due giri di orologio e torna la fame. Spielberg sazia la folla mostrando un video test per la realizzazione di Milù, fido compagno di Tintin, in cui un tale Jackson Peter, produttore del film, inscena una finta audizione per il ruolo del capitano Haddock durante la quale alza un po’ il gomito e finisce per tuffarsi in mare. Subito dopo lo splash le luci si riaccendono e quel Peter è di nuovo sullo schermo. Solo che questa volta è ripreso dalle telecamere in sala. È con noi a San Diego. Segue uno dei migliori panel offerti quest'anno. Si parla di tecnologia e Spielberg ammette che volentieri tornerà a utilizzare il 3D, anche se non lo trova adatto a tutti i tipi di storie. Se questo film avrà successo, aggiunge, farà dirigere il sequel da Jackson stesso. Dalla sedia a fianco Peter sorride e accetta con piacere la proposta. Anche per lui due commenti sul 3D, chiarisce che non deve essere mai confuso con un genere cinematografico, bensì chiaramente identificato come un mezzo per raccontare storie conservando lo sguardo curioso di un bambino. All’apertura delle domande dal pubblico si vira ovviamente su Lo Hobbit. Sul tema Peter risponde con un caldo sorriso neozelandese e una dichiarazione inequivocabile: mi sto divertendo un casino.


Sul tavolo degli stuzzichini, il franchise di Underworld è tornato con il quarto episodio Awakening, rinfilando Kate Beckinsale nel costume di latex abbandonato cinque anni fa, abbastanza confortevole per piegarsi (il pubblico maschile ride mentre la fantasia vola imbarazzando l’attrice) ma decisamente troppo stretto dopo il pranzo. Se mai verrà girato un nuovo capitolo della saga Kate ci assicura che di certo non mangerà un secondo gelato.


Il cast di Fright Night ha mostrato il meglio che aveva da offrire, e cioè il fondoschiena di Colin Farrell quando si è accovacciato a favore di telecamera per fare un autografo a una fan. Il megaschermo della gremita Hall H fa gradito regalo alle donne del Convention Center. Colin capisce ma da duro irlandese fa spallucce, sistema il girovita e regala un sorriso. In altre immagini alcune scene del remake. Una lunga sequenza d’inseguimento in auto realizzata con una grossa macchina da presa in 3D grazie ad una complicata coreografia in cui parti del veicolo slittano creando spazio per il movimento di tecnici e attori. Effettivamente lodevole, ma saprà tenerle testa il resto del film?

Il nuovo Ghost Rider conserva la sua parte migliore dietro le quinte con un backstage in cui fa buon uso pubblicitario dei due registi che si lanciano su pattini rotelle e liane per catturare immagini perfette. Due stuntman con l’occhio al buco che riescono a vendere il film ancor meglio della star che siede loro accanto. Effetti speciali decisamente migliori del suo predecessore, il parrucchino di Nicolas Cage sembra davvero convincente.


All’ora di cena, tra una conferenza e l’altra, giunge tra il pubblico un ansimante Spiderman casereccio, costume del Lidl dell’anno passato, si avvicina al microfono a disposizione per le domande in platea e viene quasi cacciato dal moderatore. Il ragazzo conquista la parola e dichiara che il suo sogno è sempre stato quello di trovarsi nell’Hall H del Comic-Con di San Diego nelle vesti dell’aracno-eroe, il moderatore s’impietosisce e ascolta. Il ragazzo confessa che l’uomo ragno l’ha salvato in tenera età dal più classico complesso d’inferiorità, quello della gracilità, la voce trema e mentre parla cala maschera. Boati e schiamazzi quando spunta dalla tuta blu e rossa il viso di Andrew Garfield.


Scalda il pubblico la sua performance, che sembra sentita, e colpo dopo colpo, prima un trailer in 3D, poi alcune scene non ancora renderizzate fra Peter Parker e Gwen Stacy (Emma Stone), infine l’attesissima mai vista prima trasformazione del dottor Connors in Lizard, la temperatura bolle per il film fin’ora meglio recepito della manifestazione.

Direttamente dalla pentola al cestino dell’umido va invece il remake di Atto di Forza (Total Recall) con Colin Farrell nei panni del Douglas Quaid che fu dell’ex governatore Shwarzenegger. Il confronto non sussiste e l’adattamento di Len Wiseman da quello che lui stesso ci ha mostrato già fa puzza.

Lo sfortunato cast di Total Recall: da sinistra Len Wiseman (regista), Jessica Biel,
Bryan Cranston, John Cho, Kate Beckinsale e Colin Farrell.

(Cristina Fanti)
da filmfilm.it

domenica 24 luglio 2011

Comic-Con 2011 - Day 1

Se la mattina di buon’ora apri la porta della tua stanza di motel e sul ballatoio di fronte, incorniciato da palme alte e sottili, vedi passare il personaggio di un manga con lunghi capelli blu raggruppati in aculei che sfidano la gravità, arco e frecce in spalla e biglietto dell’autobus in mano, con buona probabilità sei al Comic-Con di San Diego. Nel qual caso le meraviglie sono solo all’inizio.

Quest’anno la manifestazione, che ormai raccoglie molto più che fumetti e che, come ci ha detto ridacchiando l’attrice Amanda Seyfried, sarebbe più giusto chiamare solo Con, ha aperto i battenti ieri, mercoledì 20 luglio, con una preview night all’insegna di JJ Abrams. Le anteprime mondiali di Alcatraz e Person of Interest sono state lanciate nell’atmosfera. La prima fa esplodere la folla, con giochi di parole e riferimenti all’“isola”, evidentemente una diversa e più nota di quella a cui siamo abituati, dalla bocca di Jorge “Hurley” Garcia, uno dei protagonisti, e una trama che intreccia mistero sovrannaturale e thriller, ben degna dell’interesse generato dal suo fratello maggiore. Il secondo atterra in piedi ma non esalta, nonostante il boato per l’ingresso in scena di Michael “Ben Linus” Emerson, altro purosangue abramsiano. La strana coppia Emerson - Jim Caviezel non convince del tutto, ma vedere Gesù abbattere malviventi a gruppi di cinque a mani nude tra le strade di New York può avere il suo perché. Entrambe le serie saranno trasmesse in autunno rispettivamente su FOX e CBS.

Tornando ad oggi, alle palme e a San Diego, l’obiettivo primario è battagliare la folla che giunge in città per il primo giorno ufficiale di mostra. Allungando un braccio si toccano le stelle e la frenesia è palpabile.

La mattina comincia presto, al primo albeggiare, breaking dawn, con i fan di Twilight Saga accampati fuori alla famigerata Hall H, che contiene 6500 corpi ed è il cuore cinematografico del Comic-Con. E’ impossibile entrare per i sani di mente, ma mi dicono che Pattinson ha portato con sé un interessante capigliatura. Buon per lui.

Il press tour per i non vampiri è inaugurato da In Time, il nuovo thriller sci-fi di Andrew Niccol. In una futuristica Los Angeles la moneta con cui fare affari è il tempo. A 25 anni si smette d’invecchiare e si muore l’anno successivo a meno che non vengano immessi nuovi anni nel sistema. Il tempo si baratta e si ruba, tutto pur di sopravvivere, da eterni ragazzi. Justin Timberlake e Amanda Seyfried, il cui unico commento intelligente della giornata ho già anticipato, sono due fuggiaschi, e ad un certo punto si baciano. Questo e poco altro è ciò che ci è stato fatto vedere nel trailer di presentazione. Niccol scrive e dirige, ed etichetta il film come un Fuggitivo che incontra Blade Runner. Nelle sale il prossimo Halloween, non promette scintille, anche se il tatuaggio luminoso che indica quanto tempo resta ad ognuno potrebbe fare moda.

Sbarca poi sul palco Andy Serkis con il suo regista Rupert Wyatt per mostrare un paio di scene da L’Alba del Pianeta delle Scimmie, un prequel del remake dell’originale, in cui si racconta come uno scimpanzé allevato da un uomo (James Franco) e per questo dotato di una sensibilità speciale, abbia guidato la rivoluzione dei primati che ha spazzato via la nostra specie e distrutto la statua della libertà. Realizzato con sofisticata motion capture, che ormai dovrebbe contenere la parola “serkis” nel nome, graficamente sembra spiccare il volo. Narrativamente resta un grande punto interrogativo.


La giornata tocca il suo picco più alto con Ridley Scott, in collegamento dall’Islanda, e Charlize Theron, in carne ed ossa, che parlano, ma in realtà non dicono niente, di Prometheus, attesissimo prequel di Alien, che più che un prequel è una storia liberamente ispirata da. Più precisamente, alla fine di una chiacchiera lunga un’ora, si capisce che l’unico collegamento fra i due film è la presenza di una sostanza aliena. Il resto verrà mantenuto tassativamente segreto fino all’uscita, ad un anno da ora. E’ stato comunque un piacere vederti Ridley.


Robert Rodriguez presenta i suoi nuovi progetti. Spy Kids 4 in 4D, con una cartolina da grattare in corrispondenza di alcuni tasselli quando appare un’indicazione sullo schermo per poter sentire gli stessi odori che titillano le narici dei protagonisti. Due nuovi film tratti dal fumetto Heavy Metal e dal mondo visionario di Frank Frazetta. Ma soprattutto la sua nuova casa di produzione che bypassa le major. Un genio. E molto più sexy di Timberlake.

La giornata si conclude con Guillermo del Toro e Jon Favreau che parlano di Cowboys and Aliens, la cui prima mondiale si terrà su queste spiagge sabato sera, e dei nuovi progetti legati alla Disney. Del Toro dirigerà un adattamento cinematografico della giostra Haunted Mansion, come è successo per Pirates of the Caribbean, e ci racconta di aver nascosto delle monetine lungo il percorso del trenino che vi passa attraverso perché, cito, è un “weird fat motherfucker”. Se avete in programma una gita a Disneyland sapete come intrattenervi.

Dopo un cameo di Stan Lee, che ci porta il primo fumetto con colonna sonora incorporata, protagonista una star della musica giapponese, tutti incolonnati per tornare in albergo, di corsa, a riposare, perché domani arriva Spielberg!



(Cristina Fanti)

domenica 8 maggio 2011

RED

RED sta per “Retired Extremely Dangerous”, pensionato pericoloso diremmo noi. Da ciò già capiamo che il film schiaccia pesantemente l’acceleratore della fantasia più sfrenata. D’altronde stiamo attingendo all’immaginario fumettistico della DC Comics, per cui apriamo la nostra mente a tutto.

Bruce Willis si alza dal letto e mostra una certa rotondità a livello addominale. Da ciò capiamo che un’era è finita. Ma speriamo, sempre, che a un certo punto lo si ritrovi a indossare soltanto una canotta sudicia e strappata. Questo, perché lo sappiate, non avviene. La cifra stilistica di questo action con deambulatore, invece che attraverso i tradizionali muscoli oliati in evidenza, è espressa nel quantitativo di metallo sparato dalle più varie armi da fuoco. Per la legge della compensazione forse. A pochi minuti dall’inizio siamo bombardati da una parata di bossoli inusitata in una delle scene assolutamente più fuori di testa del genere.

E’ una nuova giovinezza dunque, che scavalca i limiti dell’azione targata anni 90, di cui questo film è erede in tutto per tutto, in una sorta di fanta-action al limite fra la realtà e Spiderman. Sempre in bilico tra azione e commedia, com’è ormai in uso da qualche anno per restituire spinta ad un genere che da sempre si è retto sul modello di un eroe di fine millennio tutto muscoli e ferite che ora non esiste più. I bodybuilder di un tempo hanno perso i capelli, sono ingrassati e diventati governatori.

Qualcosa dei vecchi tempi è però sopravvissuto, e cioè che la trama non conta. Sappiamo che Bruce, sebbene in pensione, è ricercato dai cattivi in quanto testimone di pesanti crimini di guerra all’epoca in cui era ancora un agente attivo della Cia, ma al momento della resa dei conti, e delle consuete spiegazioni finali, tutto si risolve in una supercazzola. Peraltro riuscita male.
Basti sapere che come lui ci sono altre persone in pericolo, i suoi vecchi compagni di battaglia e l’operatrice telefonica dell’ufficio pensionistico di cui si è innamorato, Sarah. Per questo bisogna riunire la banda, acciuffare la bella in pericolo e sconfiggere il nemico.

A parte alcune scene d’azione esaltanti (che però purtroppo sono tutte nel trailer), il film non mostra quel mordente che ci si aspetta dopo l’apertura ad alta concentrazione ferrosa. Per rimettere insieme i pezzi della vecchia macchina da guerra, ad esempio, la comitiva viaggia attraverso gli Stati Uniti, e ciò è banalmente sottolineato da cartoline che appaiono in sovraimpressione fra una tappa e l’altra. Un espediente poco fantasioso e decisamente televisivo a cui diciamo basta. Nelle scene non mostrate dal trailer, a parte uno John Malkovich molto sopra le righe e un paio di scontate ma funzionanti battute a stelle e strisce sulla vecchiaia – nonnetto, chiamano Frank, ma lui farà cambiare loro idea - la pressione è bassa e quasi necessita un controllo dal cardiologo.

Il sempreverde Bruce Willis fa quello che da decenni gli riesce meglio, con un paio di acciacchi in più. Tira due pugni e spara quel sorriso mezzo storto che conquista. Morgan Freeman è praticamente una comparsa. Mary-Louise Parker esercita i muscoli dell’ironia nella parte del sacco di patate trascinato qua e la, gli occhi e le orecchie del pubblico trasportati in medias res. Fa ridere perché ci s’immedesima con la sua normalità. Helen Mirren si trasforma in una Martha Stewart da trincea.
Karl Urban è l’unico “giovane” del cast. Pettinato da Hugh Jackman e vestito da primo della classe rappresenta il moderno agente segreto, programmato per uccidere e ingessato dalle regole. Di grande impatto, e inaspettata bellezza.

RED piacerà agli uomini e alle donne rustiche per le sparatorie, alle restanti donne per gli attori sexy e ai bambini per John Malkovich. Vi farà trascorrere due ore di piacevole encefalogramma piatto e alla fine vi sembrerà come un’ape che vi ha punto con la forza di una zanzara. Una grattatina, e avanti il prossimo.

(Cristina Fanti)

CHE NE PENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?

lunedì 2 maggio 2011

Come l'acqua per gli elefanti - Water for elephants

Capita a volte di discutere con chi non mangia pane e cinema su cosa faccia di un film un bel film. C’è chi crede che la chiave di volta sia la storia e non si accorge com’è appunto scopo del filmmaker dell’importanza della tecnica, che senza farsi notare costruisce e arricchisce l’opera al di fuori e al di sopra di ciò che essa racconta. Spesso in tali situazioni è difficile sostenere questa teoria senza esempi chiari e tangibili e a ciò Come l’acqua per gli elefanti ci viene incontro.

Una reinterpretazione del Titanic di James Cameron ambientata in un circo itinerante invece che su un transatlantico, e sviluppato a parti inverse. E’ infatti l’anziano Jacob ad essere presentato in apertura e a raccontare ad un giovane fintamente interessato le sue avventure amorose del 1931. Attraverso un lungo flashback scopriamo che Jacob è stato costretto dalla morte dei suoi genitori benestanti a vagare ramingo sui binari del treno e, saltando su un vagone a caso, è finito con il diventare il veterinario del famigerato circo dei fratelli Benzini. Si è innamorato poi della moglie del crudele direttore, che naturalmente, scoperto l’inganno, ha preteso la sua testa su un piatto d’argento. Salvo che, indovinate, l’amore ha trionfato, e dopo aver salvato la sua amata su una metaforica porta galleggiate, Jacob ha condotto una vita piena di gioie e di bellissimi ricordi.

Ma veniamo alle differenze. Per quanto entrambe le pellicole appartengano a un genere dichiaratamente sdolcinato e non gradito dai palati di tutti, non si può negare che la stesura e la realizzazione del colossal del 1997 sia stata curata nei minimi dettagli e giunga dunque, senza che questi ne individuino necessariamente i meccanismi, al cuore degli spettatori.

Tredici anni dopo non si usa la stessa attenzione, e benché la storia del romanzo da cui il film è tratto abbia avuto successo fra milioni di lettori, la sua trasposizione cinematografica è piatta come l’encefalogramma di un elefante. I personaggi hanno lo spessore di un post-it, e così di conseguenza la loro storia d’amore, che sboccia senza preavviso come una verruca. Un uomo e una donna che si conoscono appena e che all’improvviso si dicono “ti amo”, questo il sunto. Chiaramente si è puntato tutto sulle ricche atmosfere circensi, dimenticandosi che per un piatto ben riuscito bisogna dosare in maniera intelligente tutti gli ingredienti. Se ciò non avviene, anche se chi degusta non sa definire il perché, non gradisce il sapore di ciò che gli si serve.

L’unico lampo di recitazione brilla negli occhi di Christoph Waltz, che forse dovrebbe meditare di licenziare il suo agente. L’attore prova a lanciare piccoli ami di onore e compassione nel complesso del suo personaggio, ma il film è scritto con tale banalità nell’approccio alla dicotomia bene-male che tutti i suoi sforzi sono vanificati in un grosso cliché. August, il viscido direttore che maltratta animali e uomini, è ingoiato in un tunnel che lo costringe ad essere nulla più di questo. Il suo tentativo di scrollarsi di dosso il puzzo del colonnello nazista fallisce dunque, e anzi lo incasella ancora di più nello stereotipo del cattivo.

Reese Witherspoon ha una bella parrucca.

Di Robert Pattinson è meglio non parlare, non si spara sulla croce rossa.

(Cristina Fanti)
da cinema4stelle.it

CHE NE PENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?

domenica 1 maggio 2011

Machete

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Nel grande schema dell’universo a questa domanda non c’è risposta. Nell’industria cinematografica si. Il primo è il film, poi il trailer. Quando l’ordine viene invertito è probabile che qualcosa vada storto.
Nel 2007 Rodriguez si diverte con il suo compagno di merende Quentin Tarantino a inframezzare il loro Grindhouse con ironici trailer immaginari di film inesistenti.
Passano gli anni, uno di loro diventa realtà, e in qualche modo l’ironia si perde.

L’inizio del film è promettente. Machete, un agente federale, combatte la battaglia del giusto contro un trafficante locale, Steven Segal. Si, quello Steven Segal, con indosso un centinaio di chili di troppo di lipidi complessi. Tutto nella scena di apertura è conforme agli standard del genere: gli angoli di ripresa, la saturazione del colore, i graffi alla pellicola, le decapitazioni, il sangue, le donne nude, chi più ne ha più ne metta. In pieno stile exploitation, molto goloso per chi ne è fan. A seguito di questa iniezione di violenza con abbondante scarica di sudicia aggressione visiva, il film collassa.

Tre anni dopo il prologo Machete fa l’operaio in Texas e viene ingaggiato per commettere l’omicidio del Senatore fanta-razzista Robert DeNiro. Si scoprirà che è stato incastrato, e che come regola generale è meglio non far arrabbiare qualcuno che somiglia a Danny Trejo, il quale ovviamente non la prende bene e si lancia in una corsa alla vendetta. Tutta la storia di qui in poi consiste nel tentativo di Machete di stare un passo avanti rispetto ai suoi nemici, che aumentano a vista d’occhio.

Robert Rodriguez, regista, autore, produttore e montatore della pellicola, avrebbe tratto serio beneficio da qualche taglio in più. Il film è oppresso dall’ingombro di un fiume di personaggi e da una trama tortuosa che sottrae minuti preziosi di presenza sullo schermo al viso rugoso del suo protagonista. Alla stregua di quel che successe per C’era una volta in Messico, con cui Rodriguez puntò all’epos ma si scordò che la sua forza risiedesse nel bagno di sangue.

Tutto ciò diventa particolarmente frustrante quando quello che del film funziona, funziona dannatamente bene. Le scene d’azione sono coinvolgenti e creative, e il sangue zampilla a secchiate senza però disgustare. Alcune battute sono molto divertenti, e se ne sente la mancanza nei frequenti momenti in cui il ritmo stagna nel cercare di trovare un senso logico agli avvenimenti attraverso i dialoghi. Innanzitutto, un senso logico non c’è, secondo poi, il film non ne ha minimamente bisogno.

Il personaggio di Lindsay Lohan, che praticamente interpreta se stessa, figlia di un uomo benestante, drogata e ninfomane, fenomeno mediatico di YouTube, potrebbe essere asportato completamente. Michelle Rodriguez, una militante di stampo guevariano, tant’è vero che si fa chiamare Shé, e Jessica Alba, una spietata agente del dipartimento d’immigrazione di frontiera, che però mostra di avere un cuore, avrebbero potuto essere combinate in un unico personaggio. Il villain di DeNiro sarebbe dovuto essere centellinato con maggiore parsimonia, il suo impatto è infatti inversamente proporzionale ai minuti di presenza.

A onor del vero quando Machete incastra termometri da arrosto dentro le persone, o si lancia dai piani alti di un ospedale usando gli intestini di un uomo come liana, o ancora quando Jessica Alba si scontra con un energumeno mascherato da wrestler usando come arma un paio di scarpe di vernice rossa tacco 12, ci si dimentica di tutti i problemi. Fatto è che questi a fasi alterne si ripresentano.

Il maggiore è che il film vuole prendere posizione rispetto al dibattito sull’immigrazione, ma il suo intervento praticamente si riduce ad un crasso, inutile “non siate razzisti con i messicani”.
C’è una sorta di distacco fra lo schermo e lo spettatore, l’atmosfera in sala manca spesso di slancio. Questo Machete sembra affilato come un coltello da burro.

(Cristina Fanti)

CHE NEPENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?

sabato 16 aprile 2011

Cappuccetto Rosso Sangue - Red Riding Hood

C'è un gioco che si chiama Lupus in tabula.
Un gruppo di amici si siede in cerchio e si assegnano con discrezione dei ruoli da interpretare: gli innocenti villici, la veggente, il pazzo, il prete. E il lupo. Tutti chiudono gli occhi e nella notte quest’ultimo colpisce uccidendo uno dei compagni. Al risveglio il villaggio inaugura un processo per cercare di scoprire dietro il volto di chi di loro si celi il mostro.

C'è un film che si chiama Cappuccetto Rosso Sangue (grazie ai nostri fantasiosi traduttori, in paesi meno nevrotici semplicemente Cappuccetto Rosso) che è l'adattamento cinematografico di tale gioco, né più né meno, con l'eccezione dell'aggiunta del personaggio della nonna, la cui unica funzione narrativa è quella di donare a Valerie (Cappuccetto appunto) una cappa color rosso (rosso sangue visto che siamo in Italia).

La differenza fra il primo e il secondo è che il gioco ti coinvolge, il film ti distrugge.

Catherine Hardwicke, di fama twilightiana, ma ben più navigata nel mondo del cinema, ha preso una svista. Sembra che stia dirigendo un prequel della famosa serie dei vampiri senza capire che il traino di questa vicenda sarebbe dovuto essere la suspance, e non una storia d'amore. Se l’ardimentosa alchimia tra mostri e cottarelle ha funzionato una volta, perché sfidare la sorte?
Un gotico triangolo amoroso fra una bella adolescente dalla famiglia tutta particolare e due giovani del suo stesso villaggio, uno ricco e misterioso, l’altro falegname e... possibilmente lupo mannaro. Suona familiare? Lo è.

Questa pellicola non prova nulla, a parte che la regista conferma di saper scegliere la giusta musica rock da abbinare alle scene d’azione.
In un paio di passaggi si accenna quasi a un montaggio da thriller, ma per il resto abbiamo tutto il tempo di studiare molto dettagliatamente che tipo di applicazione è stata utilizzata per il trucco degli occhi degli attori.
L’attesa dello smascheramento del lupo è costruita decentemente ma spezzata, masticata e risputata quando il lupo stesso appare. Decenni di sviluppi tecnologici e non usarli.
Quando finalmente arriva, la rivelazione della sua identità per lo meno stupisce, ma senza grandi risvolti di meraviglia. Non entrerà di certo nella top ten dei migliori colpi di scena hollywoodiani.
La trama è stata messa sotto terapia astringente e laddove si tenti di costruire dei sub plot si sentono volare grossi sbadigli. I corteggiatori della nostra protagonista fra le altre cose, diciamocelo, sono brutti. Le donne del cast, Virginia Madsen e Julie Christie, sono troppo occupate a non spettinarsi.

In sostanza sarebbe bello invitare la Hardwicke a revisionare il film, ma questa volta con occhi grandi, per vederci meglio.


(Cristina Fanti)
da filmfilm.it

CHE NE PENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?

giovedì 14 aprile 2011

Scream 4

È difficile parlare di Scream 4 senza raccontarlo, perché alcune delle trovate più geniali sono appunto nelle pieghe inaspettate che prende la trama. Ma ci proviamo, partendo dalle certezze.

La prima: una catena di Sant’Antonio di rimandi cinefili, dai più agguerriti agli scontati (le bombe a mano lanciate su Saw IV, oggigiorno il maggiore concorrente della saga degli urli).
La seconda: il sangue, qualche ettolitro, sparso in ogni dove e senza mai più di cinque minuti d’intervallo. Un cast pesante e di grandi nomi per questo capitolo, pochi dei quali dovranno prevedere di tenersi liberi nel fortuito caso di uno Scream 5, solo per darvi un’idea.
La terza: l’(auto)ironia. Il film continua a prendere sagacemente in giro decenni di pellicole horror ma si ripiega anche su se stesso, con l’irriverente, reiterata insistenza sulle pecche della serie Squartati (iniziata in Scream 2 ma qui arrivata all’inverosimile settimo sequel), l’alter ego del franchise.
La quarta: la metacomunicazione. Fino allo stremo, fino anche alla risata un tantino forzata, un gioco di matrioske cinematografiche a cui non viene data mai pace.
La quinta: la tecnologia. E’ una nuova decade, cita il poster americano, e il film si diverte a toccare tutti quei tasti che non esistevano al momento della sua prima apparizione nella storia. La rovina dei valori della gioventù legata alla sete di fama, la vulnerabilità di un’umanità che vive in pubblico sui social network. E’ facile capire perché si senta il bisogno di confrontarcisi ma purtroppo sono tutte tematiche scadute cinque minuti prima.

Insomma, Sidney torna a Woodsboro dopo dieci anni di assenza per presentare il suo libro motivazionale su come sia possibile superare la condizione di vittima. La sua agente, che verrà giustamente punita dalla sorte, le organizza questo fortunato incontro pubblicitario proprio nel giorno dell’anniversario dei famosi delitti che le hanno cambiato la vita. C’è chi non impara mai. Con Sidney di nuovo in città l’aria diventa densa e Ghostface torna a colpire. Linus e Gale nel frattempo si sono sposati, il primo è lo sceriffo della città, la seconda una casalinga disperata, autrice delle sette sceneggiature di Squartati, ispirate alle “vere” vicende del primo Scream, ed ora in cerca di un reboot di gloria. Poi ci sono i giovani 2.0, ma solo i nati dopo il 1990 andranno a vedere Scream 4 per loro. La cugina di Sidney, le sue amiche, l’ex fidanzato e i nerd del club di cinema che servono a veicolare la prima e la quarta certezza.

Il modo in cui Williamson (lo sceneggiatore) riesce ancora a prendersi gioco degli stilemi del genere horror, per quanto forse è vero, è la terza volta che glielo vediamo fare, ha sempre un non so che di brillante. Il gioco alla destrutturazione delle regole danza su un filo teso fra la norma e il suo contrario, lasciando lo spettatore sempre un po’ indeciso se debba aspettarsi un colpo di scena di genere, o uno vero, innovativo. E ce ne sono di entrambi.
L’arte di Craven (il regista) e del suo pennello di sangue non è mutata. Per intenderci la violenza è vera, e non ridicolizzata alla Scary Movie, ma non ci troviamo neppure davanti al classico modello torturale che tanto piace alle folle di questi tempi. E’ poco sadica, molto più vintage che nuovo millennio.

E’ dunque chiaro che questo film non è pane per i denti di tutti. Andrà bene per i fan della serie, per i cinefili incalliti, per chi vuole tornare a respirare un po’ d’aria anni ’90 e per chi a quest’aria ci voglia educare  fratellini o cuginetti.

(Cristina Fanti)

CHE NE PENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?



venerdì 8 aprile 2011

Limitless

Una metafora dei nostri tempi. “E se una pillola ti rendesse ricco e potente?” Il sogno americano, la sovranità intellettuale e di mezzi rispetto ai vili consimili. Ecco così che postulata l'ipotesi, il teorema si risolve con un metodo assolutamente contemporaneo.

Uno scrittore che ha accesso all'intero potenziale del suo cervello attraverso l'assunzione di una droga che ne rende le funzioni, appunto, “illimitate”, abbandona i suoi lodevoli sogni di realizzazione artistica, che un tempo lo avevano fatto rinunciare perfino all’amore, e s’immola all’altare del dio denaro. Molto in fretta per giunta, e con che facilità!

Iniziata la scalata al successo grazie al suo (illegale) asso nella manica comincia a scoprire che come sempre per ogni scorciatoia c’è un prezzo da pagare. Stiamo citando l’attore protagonista, Bradley Cooper, che dopo la proiezione ci ha parlato del film. Nella vita, per non correre rischi, non ne prende, ma il suo personaggio invece ci naviga a vele spiegate.

Un’avventura iper-attiva, iper-luminosa, iper-grottesca, iper-panoramica, tratta da un libro che curiosamente non ha lo stesso finale. Sulla carta stampata Eddie Morra, il nostro simpatico e belloccio tossico d’alto bordo, si ritrova solo e squilibrato ad aspettare la morte in una casa buia; nei cinema è invece un vincitore che strizza l’occhio al dubbio sulla sua incerta onestà, ma che ciò nonostante si tiene stretto, e si gode, i suoi allori. Cooper sostiene che tale cambiamento è stato pensato per concludere il film con lo stesso spirito propositivo e leggero con il quale inizia. Ma viene presto in mente che anche una certa abitudine del cinema mainstream a non ammettere nuance e a farsi specchio quasi esclusivamente delle realtà invincibili possa averci messo il suo zampino.

Il che peraltro fa a cazzotti, e in un film così questa metafora ci sta proprio bene, con una regia che è invece abbastanza fuori dagli schemi. Tra giochi d’inquadrature e movimenti di macchina veloci attraverso, oggetti, edifici e mezzi di trasporto, il regista si trastulla con flashback e inserti quasi Eisensteiniani.
Segno particolare un pittoresco quanto elementare espediente volto a identificare le fasi umorali dei personaggi: l’esasperato cambio di luce ogni qual volta questi siano sotto l’effetto della pillola miracolosa, che non è blu ma trasparente, e che vira l’immagine tutta in un’aura dorata, come in un mondo di dei.

A proposito di divinità, Robert De Niro interpreta un magnate della finanza che intreccia la sua strada con quella di Eddie. Poche scene, poco pathos, ma la solita presenza che cattura l’occhio dello spettatore dentro al suo.

A tirare le somme Limitless è un film grasso e fresco come una torta gelato che tratta la corruzione dell’essere umano cospargendola di zucchero a velo. Solo le donne, anche quelle che provano la pillola e ne accarezzano l’ebbrezza, sembrano sottrarsi al suo potere. Che non ne abbiano bisogno? Sarà il caso di rivedere la teoria Darwiniana?

(Cristina Fanti)


CHE NE PENSI DI QUESTO FILM?


CHE NE PENSI DI QUESTA RECENSIONE?