domenica 8 maggio 2011

RED

RED sta per “Retired Extremely Dangerous”, pensionato pericoloso diremmo noi. Da ciò già capiamo che il film schiaccia pesantemente l’acceleratore della fantasia più sfrenata. D’altronde stiamo attingendo all’immaginario fumettistico della DC Comics, per cui apriamo la nostra mente a tutto.

Bruce Willis si alza dal letto e mostra una certa rotondità a livello addominale. Da ciò capiamo che un’era è finita. Ma speriamo, sempre, che a un certo punto lo si ritrovi a indossare soltanto una canotta sudicia e strappata. Questo, perché lo sappiate, non avviene. La cifra stilistica di questo action con deambulatore, invece che attraverso i tradizionali muscoli oliati in evidenza, è espressa nel quantitativo di metallo sparato dalle più varie armi da fuoco. Per la legge della compensazione forse. A pochi minuti dall’inizio siamo bombardati da una parata di bossoli inusitata in una delle scene assolutamente più fuori di testa del genere.

E’ una nuova giovinezza dunque, che scavalca i limiti dell’azione targata anni 90, di cui questo film è erede in tutto per tutto, in una sorta di fanta-action al limite fra la realtà e Spiderman. Sempre in bilico tra azione e commedia, com’è ormai in uso da qualche anno per restituire spinta ad un genere che da sempre si è retto sul modello di un eroe di fine millennio tutto muscoli e ferite che ora non esiste più. I bodybuilder di un tempo hanno perso i capelli, sono ingrassati e diventati governatori.

Qualcosa dei vecchi tempi è però sopravvissuto, e cioè che la trama non conta. Sappiamo che Bruce, sebbene in pensione, è ricercato dai cattivi in quanto testimone di pesanti crimini di guerra all’epoca in cui era ancora un agente attivo della Cia, ma al momento della resa dei conti, e delle consuete spiegazioni finali, tutto si risolve in una supercazzola. Peraltro riuscita male.
Basti sapere che come lui ci sono altre persone in pericolo, i suoi vecchi compagni di battaglia e l’operatrice telefonica dell’ufficio pensionistico di cui si è innamorato, Sarah. Per questo bisogna riunire la banda, acciuffare la bella in pericolo e sconfiggere il nemico.

A parte alcune scene d’azione esaltanti (che però purtroppo sono tutte nel trailer), il film non mostra quel mordente che ci si aspetta dopo l’apertura ad alta concentrazione ferrosa. Per rimettere insieme i pezzi della vecchia macchina da guerra, ad esempio, la comitiva viaggia attraverso gli Stati Uniti, e ciò è banalmente sottolineato da cartoline che appaiono in sovraimpressione fra una tappa e l’altra. Un espediente poco fantasioso e decisamente televisivo a cui diciamo basta. Nelle scene non mostrate dal trailer, a parte uno John Malkovich molto sopra le righe e un paio di scontate ma funzionanti battute a stelle e strisce sulla vecchiaia – nonnetto, chiamano Frank, ma lui farà cambiare loro idea - la pressione è bassa e quasi necessita un controllo dal cardiologo.

Il sempreverde Bruce Willis fa quello che da decenni gli riesce meglio, con un paio di acciacchi in più. Tira due pugni e spara quel sorriso mezzo storto che conquista. Morgan Freeman è praticamente una comparsa. Mary-Louise Parker esercita i muscoli dell’ironia nella parte del sacco di patate trascinato qua e la, gli occhi e le orecchie del pubblico trasportati in medias res. Fa ridere perché ci s’immedesima con la sua normalità. Helen Mirren si trasforma in una Martha Stewart da trincea.
Karl Urban è l’unico “giovane” del cast. Pettinato da Hugh Jackman e vestito da primo della classe rappresenta il moderno agente segreto, programmato per uccidere e ingessato dalle regole. Di grande impatto, e inaspettata bellezza.

RED piacerà agli uomini e alle donne rustiche per le sparatorie, alle restanti donne per gli attori sexy e ai bambini per John Malkovich. Vi farà trascorrere due ore di piacevole encefalogramma piatto e alla fine vi sembrerà come un’ape che vi ha punto con la forza di una zanzara. Una grattatina, e avanti il prossimo.

(Cristina Fanti)

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lunedì 2 maggio 2011

Come l'acqua per gli elefanti - Water for elephants

Capita a volte di discutere con chi non mangia pane e cinema su cosa faccia di un film un bel film. C’è chi crede che la chiave di volta sia la storia e non si accorge com’è appunto scopo del filmmaker dell’importanza della tecnica, che senza farsi notare costruisce e arricchisce l’opera al di fuori e al di sopra di ciò che essa racconta. Spesso in tali situazioni è difficile sostenere questa teoria senza esempi chiari e tangibili e a ciò Come l’acqua per gli elefanti ci viene incontro.

Una reinterpretazione del Titanic di James Cameron ambientata in un circo itinerante invece che su un transatlantico, e sviluppato a parti inverse. E’ infatti l’anziano Jacob ad essere presentato in apertura e a raccontare ad un giovane fintamente interessato le sue avventure amorose del 1931. Attraverso un lungo flashback scopriamo che Jacob è stato costretto dalla morte dei suoi genitori benestanti a vagare ramingo sui binari del treno e, saltando su un vagone a caso, è finito con il diventare il veterinario del famigerato circo dei fratelli Benzini. Si è innamorato poi della moglie del crudele direttore, che naturalmente, scoperto l’inganno, ha preteso la sua testa su un piatto d’argento. Salvo che, indovinate, l’amore ha trionfato, e dopo aver salvato la sua amata su una metaforica porta galleggiate, Jacob ha condotto una vita piena di gioie e di bellissimi ricordi.

Ma veniamo alle differenze. Per quanto entrambe le pellicole appartengano a un genere dichiaratamente sdolcinato e non gradito dai palati di tutti, non si può negare che la stesura e la realizzazione del colossal del 1997 sia stata curata nei minimi dettagli e giunga dunque, senza che questi ne individuino necessariamente i meccanismi, al cuore degli spettatori.

Tredici anni dopo non si usa la stessa attenzione, e benché la storia del romanzo da cui il film è tratto abbia avuto successo fra milioni di lettori, la sua trasposizione cinematografica è piatta come l’encefalogramma di un elefante. I personaggi hanno lo spessore di un post-it, e così di conseguenza la loro storia d’amore, che sboccia senza preavviso come una verruca. Un uomo e una donna che si conoscono appena e che all’improvviso si dicono “ti amo”, questo il sunto. Chiaramente si è puntato tutto sulle ricche atmosfere circensi, dimenticandosi che per un piatto ben riuscito bisogna dosare in maniera intelligente tutti gli ingredienti. Se ciò non avviene, anche se chi degusta non sa definire il perché, non gradisce il sapore di ciò che gli si serve.

L’unico lampo di recitazione brilla negli occhi di Christoph Waltz, che forse dovrebbe meditare di licenziare il suo agente. L’attore prova a lanciare piccoli ami di onore e compassione nel complesso del suo personaggio, ma il film è scritto con tale banalità nell’approccio alla dicotomia bene-male che tutti i suoi sforzi sono vanificati in un grosso cliché. August, il viscido direttore che maltratta animali e uomini, è ingoiato in un tunnel che lo costringe ad essere nulla più di questo. Il suo tentativo di scrollarsi di dosso il puzzo del colonnello nazista fallisce dunque, e anzi lo incasella ancora di più nello stereotipo del cattivo.

Reese Witherspoon ha una bella parrucca.

Di Robert Pattinson è meglio non parlare, non si spara sulla croce rossa.

(Cristina Fanti)
da cinema4stelle.it

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domenica 1 maggio 2011

Machete

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Nel grande schema dell’universo a questa domanda non c’è risposta. Nell’industria cinematografica si. Il primo è il film, poi il trailer. Quando l’ordine viene invertito è probabile che qualcosa vada storto.
Nel 2007 Rodriguez si diverte con il suo compagno di merende Quentin Tarantino a inframezzare il loro Grindhouse con ironici trailer immaginari di film inesistenti.
Passano gli anni, uno di loro diventa realtà, e in qualche modo l’ironia si perde.

L’inizio del film è promettente. Machete, un agente federale, combatte la battaglia del giusto contro un trafficante locale, Steven Segal. Si, quello Steven Segal, con indosso un centinaio di chili di troppo di lipidi complessi. Tutto nella scena di apertura è conforme agli standard del genere: gli angoli di ripresa, la saturazione del colore, i graffi alla pellicola, le decapitazioni, il sangue, le donne nude, chi più ne ha più ne metta. In pieno stile exploitation, molto goloso per chi ne è fan. A seguito di questa iniezione di violenza con abbondante scarica di sudicia aggressione visiva, il film collassa.

Tre anni dopo il prologo Machete fa l’operaio in Texas e viene ingaggiato per commettere l’omicidio del Senatore fanta-razzista Robert DeNiro. Si scoprirà che è stato incastrato, e che come regola generale è meglio non far arrabbiare qualcuno che somiglia a Danny Trejo, il quale ovviamente non la prende bene e si lancia in una corsa alla vendetta. Tutta la storia di qui in poi consiste nel tentativo di Machete di stare un passo avanti rispetto ai suoi nemici, che aumentano a vista d’occhio.

Robert Rodriguez, regista, autore, produttore e montatore della pellicola, avrebbe tratto serio beneficio da qualche taglio in più. Il film è oppresso dall’ingombro di un fiume di personaggi e da una trama tortuosa che sottrae minuti preziosi di presenza sullo schermo al viso rugoso del suo protagonista. Alla stregua di quel che successe per C’era una volta in Messico, con cui Rodriguez puntò all’epos ma si scordò che la sua forza risiedesse nel bagno di sangue.

Tutto ciò diventa particolarmente frustrante quando quello che del film funziona, funziona dannatamente bene. Le scene d’azione sono coinvolgenti e creative, e il sangue zampilla a secchiate senza però disgustare. Alcune battute sono molto divertenti, e se ne sente la mancanza nei frequenti momenti in cui il ritmo stagna nel cercare di trovare un senso logico agli avvenimenti attraverso i dialoghi. Innanzitutto, un senso logico non c’è, secondo poi, il film non ne ha minimamente bisogno.

Il personaggio di Lindsay Lohan, che praticamente interpreta se stessa, figlia di un uomo benestante, drogata e ninfomane, fenomeno mediatico di YouTube, potrebbe essere asportato completamente. Michelle Rodriguez, una militante di stampo guevariano, tant’è vero che si fa chiamare Shé, e Jessica Alba, una spietata agente del dipartimento d’immigrazione di frontiera, che però mostra di avere un cuore, avrebbero potuto essere combinate in un unico personaggio. Il villain di DeNiro sarebbe dovuto essere centellinato con maggiore parsimonia, il suo impatto è infatti inversamente proporzionale ai minuti di presenza.

A onor del vero quando Machete incastra termometri da arrosto dentro le persone, o si lancia dai piani alti di un ospedale usando gli intestini di un uomo come liana, o ancora quando Jessica Alba si scontra con un energumeno mascherato da wrestler usando come arma un paio di scarpe di vernice rossa tacco 12, ci si dimentica di tutti i problemi. Fatto è che questi a fasi alterne si ripresentano.

Il maggiore è che il film vuole prendere posizione rispetto al dibattito sull’immigrazione, ma il suo intervento praticamente si riduce ad un crasso, inutile “non siate razzisti con i messicani”.
C’è una sorta di distacco fra lo schermo e lo spettatore, l’atmosfera in sala manca spesso di slancio. Questo Machete sembra affilato come un coltello da burro.

(Cristina Fanti)

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sabato 16 aprile 2011

Cappuccetto Rosso Sangue - Red Riding Hood

C'è un gioco che si chiama Lupus in tabula.
Un gruppo di amici si siede in cerchio e si assegnano con discrezione dei ruoli da interpretare: gli innocenti villici, la veggente, il pazzo, il prete. E il lupo. Tutti chiudono gli occhi e nella notte quest’ultimo colpisce uccidendo uno dei compagni. Al risveglio il villaggio inaugura un processo per cercare di scoprire dietro il volto di chi di loro si celi il mostro.

C'è un film che si chiama Cappuccetto Rosso Sangue (grazie ai nostri fantasiosi traduttori, in paesi meno nevrotici semplicemente Cappuccetto Rosso) che è l'adattamento cinematografico di tale gioco, né più né meno, con l'eccezione dell'aggiunta del personaggio della nonna, la cui unica funzione narrativa è quella di donare a Valerie (Cappuccetto appunto) una cappa color rosso (rosso sangue visto che siamo in Italia).

La differenza fra il primo e il secondo è che il gioco ti coinvolge, il film ti distrugge.

Catherine Hardwicke, di fama twilightiana, ma ben più navigata nel mondo del cinema, ha preso una svista. Sembra che stia dirigendo un prequel della famosa serie dei vampiri senza capire che il traino di questa vicenda sarebbe dovuto essere la suspance, e non una storia d'amore. Se l’ardimentosa alchimia tra mostri e cottarelle ha funzionato una volta, perché sfidare la sorte?
Un gotico triangolo amoroso fra una bella adolescente dalla famiglia tutta particolare e due giovani del suo stesso villaggio, uno ricco e misterioso, l’altro falegname e... possibilmente lupo mannaro. Suona familiare? Lo è.

Questa pellicola non prova nulla, a parte che la regista conferma di saper scegliere la giusta musica rock da abbinare alle scene d’azione.
In un paio di passaggi si accenna quasi a un montaggio da thriller, ma per il resto abbiamo tutto il tempo di studiare molto dettagliatamente che tipo di applicazione è stata utilizzata per il trucco degli occhi degli attori.
L’attesa dello smascheramento del lupo è costruita decentemente ma spezzata, masticata e risputata quando il lupo stesso appare. Decenni di sviluppi tecnologici e non usarli.
Quando finalmente arriva, la rivelazione della sua identità per lo meno stupisce, ma senza grandi risvolti di meraviglia. Non entrerà di certo nella top ten dei migliori colpi di scena hollywoodiani.
La trama è stata messa sotto terapia astringente e laddove si tenti di costruire dei sub plot si sentono volare grossi sbadigli. I corteggiatori della nostra protagonista fra le altre cose, diciamocelo, sono brutti. Le donne del cast, Virginia Madsen e Julie Christie, sono troppo occupate a non spettinarsi.

In sostanza sarebbe bello invitare la Hardwicke a revisionare il film, ma questa volta con occhi grandi, per vederci meglio.


(Cristina Fanti)
da filmfilm.it

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giovedì 14 aprile 2011

Scream 4

È difficile parlare di Scream 4 senza raccontarlo, perché alcune delle trovate più geniali sono appunto nelle pieghe inaspettate che prende la trama. Ma ci proviamo, partendo dalle certezze.

La prima: una catena di Sant’Antonio di rimandi cinefili, dai più agguerriti agli scontati (le bombe a mano lanciate su Saw IV, oggigiorno il maggiore concorrente della saga degli urli).
La seconda: il sangue, qualche ettolitro, sparso in ogni dove e senza mai più di cinque minuti d’intervallo. Un cast pesante e di grandi nomi per questo capitolo, pochi dei quali dovranno prevedere di tenersi liberi nel fortuito caso di uno Scream 5, solo per darvi un’idea.
La terza: l’(auto)ironia. Il film continua a prendere sagacemente in giro decenni di pellicole horror ma si ripiega anche su se stesso, con l’irriverente, reiterata insistenza sulle pecche della serie Squartati (iniziata in Scream 2 ma qui arrivata all’inverosimile settimo sequel), l’alter ego del franchise.
La quarta: la metacomunicazione. Fino allo stremo, fino anche alla risata un tantino forzata, un gioco di matrioske cinematografiche a cui non viene data mai pace.
La quinta: la tecnologia. E’ una nuova decade, cita il poster americano, e il film si diverte a toccare tutti quei tasti che non esistevano al momento della sua prima apparizione nella storia. La rovina dei valori della gioventù legata alla sete di fama, la vulnerabilità di un’umanità che vive in pubblico sui social network. E’ facile capire perché si senta il bisogno di confrontarcisi ma purtroppo sono tutte tematiche scadute cinque minuti prima.

Insomma, Sidney torna a Woodsboro dopo dieci anni di assenza per presentare il suo libro motivazionale su come sia possibile superare la condizione di vittima. La sua agente, che verrà giustamente punita dalla sorte, le organizza questo fortunato incontro pubblicitario proprio nel giorno dell’anniversario dei famosi delitti che le hanno cambiato la vita. C’è chi non impara mai. Con Sidney di nuovo in città l’aria diventa densa e Ghostface torna a colpire. Linus e Gale nel frattempo si sono sposati, il primo è lo sceriffo della città, la seconda una casalinga disperata, autrice delle sette sceneggiature di Squartati, ispirate alle “vere” vicende del primo Scream, ed ora in cerca di un reboot di gloria. Poi ci sono i giovani 2.0, ma solo i nati dopo il 1990 andranno a vedere Scream 4 per loro. La cugina di Sidney, le sue amiche, l’ex fidanzato e i nerd del club di cinema che servono a veicolare la prima e la quarta certezza.

Il modo in cui Williamson (lo sceneggiatore) riesce ancora a prendersi gioco degli stilemi del genere horror, per quanto forse è vero, è la terza volta che glielo vediamo fare, ha sempre un non so che di brillante. Il gioco alla destrutturazione delle regole danza su un filo teso fra la norma e il suo contrario, lasciando lo spettatore sempre un po’ indeciso se debba aspettarsi un colpo di scena di genere, o uno vero, innovativo. E ce ne sono di entrambi.
L’arte di Craven (il regista) e del suo pennello di sangue non è mutata. Per intenderci la violenza è vera, e non ridicolizzata alla Scary Movie, ma non ci troviamo neppure davanti al classico modello torturale che tanto piace alle folle di questi tempi. E’ poco sadica, molto più vintage che nuovo millennio.

E’ dunque chiaro che questo film non è pane per i denti di tutti. Andrà bene per i fan della serie, per i cinefili incalliti, per chi vuole tornare a respirare un po’ d’aria anni ’90 e per chi a quest’aria ci voglia educare  fratellini o cuginetti.

(Cristina Fanti)

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venerdì 8 aprile 2011

Limitless

Una metafora dei nostri tempi. “E se una pillola ti rendesse ricco e potente?” Il sogno americano, la sovranità intellettuale e di mezzi rispetto ai vili consimili. Ecco così che postulata l'ipotesi, il teorema si risolve con un metodo assolutamente contemporaneo.

Uno scrittore che ha accesso all'intero potenziale del suo cervello attraverso l'assunzione di una droga che ne rende le funzioni, appunto, “illimitate”, abbandona i suoi lodevoli sogni di realizzazione artistica, che un tempo lo avevano fatto rinunciare perfino all’amore, e s’immola all’altare del dio denaro. Molto in fretta per giunta, e con che facilità!

Iniziata la scalata al successo grazie al suo (illegale) asso nella manica comincia a scoprire che come sempre per ogni scorciatoia c’è un prezzo da pagare. Stiamo citando l’attore protagonista, Bradley Cooper, che dopo la proiezione ci ha parlato del film. Nella vita, per non correre rischi, non ne prende, ma il suo personaggio invece ci naviga a vele spiegate.

Un’avventura iper-attiva, iper-luminosa, iper-grottesca, iper-panoramica, tratta da un libro che curiosamente non ha lo stesso finale. Sulla carta stampata Eddie Morra, il nostro simpatico e belloccio tossico d’alto bordo, si ritrova solo e squilibrato ad aspettare la morte in una casa buia; nei cinema è invece un vincitore che strizza l’occhio al dubbio sulla sua incerta onestà, ma che ciò nonostante si tiene stretto, e si gode, i suoi allori. Cooper sostiene che tale cambiamento è stato pensato per concludere il film con lo stesso spirito propositivo e leggero con il quale inizia. Ma viene presto in mente che anche una certa abitudine del cinema mainstream a non ammettere nuance e a farsi specchio quasi esclusivamente delle realtà invincibili possa averci messo il suo zampino.

Il che peraltro fa a cazzotti, e in un film così questa metafora ci sta proprio bene, con una regia che è invece abbastanza fuori dagli schemi. Tra giochi d’inquadrature e movimenti di macchina veloci attraverso, oggetti, edifici e mezzi di trasporto, il regista si trastulla con flashback e inserti quasi Eisensteiniani.
Segno particolare un pittoresco quanto elementare espediente volto a identificare le fasi umorali dei personaggi: l’esasperato cambio di luce ogni qual volta questi siano sotto l’effetto della pillola miracolosa, che non è blu ma trasparente, e che vira l’immagine tutta in un’aura dorata, come in un mondo di dei.

A proposito di divinità, Robert De Niro interpreta un magnate della finanza che intreccia la sua strada con quella di Eddie. Poche scene, poco pathos, ma la solita presenza che cattura l’occhio dello spettatore dentro al suo.

A tirare le somme Limitless è un film grasso e fresco come una torta gelato che tratta la corruzione dell’essere umano cospargendola di zucchero a velo. Solo le donne, anche quelle che provano la pillola e ne accarezzano l’ebbrezza, sembrano sottrarsi al suo potere. Che non ne abbiano bisogno? Sarà il caso di rivedere la teoria Darwiniana?

(Cristina Fanti)


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giovedì 3 marzo 2011

Easy girl - Easy A

La sfilata lenta e regolare nei ben noti corridoi liceali d’irrilevanti commedie adolescenziali, i nerd della scuola, è stata negli anni occasionalmente ravvivata dal passaggio veloce di quel bellissimo giocatore di football o di quella bionda cheerleader, che hanno fatto girare molte teste. Parliamo delle fortunate rielaborazioni di classici riassettati in base all’ultima moda, che le donne di oggi citano religiosamente a memoria: Ragazze a Beverly Hills, ad esempio, Emma di Jane Austen, e 10 cose che odio di te, La bisbetica domata di quel tale William Shakespeare.

Easy Girl passeggia tra una classe e l’altra al cambio dell’ora tenendo a buon titolo la testa alta ed entra con convinzione nell’aula del club di letteratura. Non è un pedissequo remake de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, piuttosto un'occhiata indiscreta alle tematiche del romanzo - ipocrisia, umiliazione, conformismo, codardia sociale, bontà individuale - all'interno di un liceo californiano dove il libro è inserito nel programma didattico.

Emma Stone, difetto di pronuncia incluso, confeziona un personaggio intelligente e sagace, che quasi ci si chiede come facciano i suoi ciechi coetanei a non trovarla attraente. Ma questa domanda ce la siamo posta un po' tutte crescendo e la risposta è sempre stata la stessa. Gli uomini in adolescenza non posseggono il lume della ragione.

Dunque Olive, la Stone, è una ragazza come tante, che passa metà del suo tempo a parlare di sesso e l’altra metà nella sua stanza a non farlo. Messa alle strette e desiderosa d’impressionare la sua amica più discinta, di cui non può che invidiare le tette enormi, confessa un finto rapporto sessuale, mentre la mostruosa fondamentalista cattolica di turno origlia e provvede poi a trasformare questo pettegolezzo in uno scandalo. Presto, per far trent’uno, dopo aver aiutato un gay tormentato ad apparire agli occhi dei compagni come un perfetto eterosessuale, Olive si guadagna una A+ in prostituzione giovanile.

Nonostante una ragazza come lei avrebbe dovuto intuire che le cose stavano per mettersi male, Olive sceglie con cognizione di giocare al femminismo postmoderno. Usa la sua sessualità senza vergogna, vestendosi da spogliarellista di prima mattina e cucendo una “A” scarlatta su tutti i suoi mini bustini. Ma quando confessa a coloro di cui si fida di essere in realtà ancora vergine, beh, non mostra vergogna neanche in questo. Easy Girl è come un ananas dopo il pranzo alla mensa, fresco, e depurativo. E’ libero da giudizi morali sulle variabili del fare sesso o meno concludendo che non importa con chi si vada a letto basta che ognuno lo tenga per sé. Non si tratta del messaggio più rivoluzionario, certo, ma di uno assente nella maggior parte dei teen-movies, ossessionati dall’incasellare il sesso in un senso o nell’altro.

Puntuale come una campanella fra una lezione e la successiva, su alcuni passaggi la trama diventa troppo tentacolare: le avventure del professore di lettere con moglie fedifraga e di un pluri-ripetente di 22 anni sembrano prese in prestito da un film peggiore, meno sicuro di sé. Molto bizzarra anche la parte di Amanda Bynes, ex regina di questo genere di pellicole, che pare trapiantata da uno dei suoi vecchi film senza essersi messa nel frattempo al passo con i tempi. La Bynes interpreta Marianne, una replicante figlia del cattolicesimo, la quale, anche considerando gli standard di grande caratterizzazione dei personaggi che piagano questo tipo di film, non è niente più che un bullo di una sola dimensione che rifiuta di seguire il corso “religioni delle altre culture” bollandolo come fantascienza. Mandy Moore in Saved dopo che qualcuno l’ha scordata nella varechina.

Questo esperimento della neo wave hughesiana non possiede la scintilla di Una pazza giornata di vacanza o la frizzantezza di Mean Girls, ma fornisce una puntuale, intelligente istantanea della natura della reputazione nell’era della socializzazione online, quando qualsiasi cosa che sia inviata per sms o pubblicata su facebook è automaticamente vera, anche senza lo straccio di una prova. La stessa protagonista ricorrerà a YouTube per fornire la sua versione dei fatti. Finché non accende una telecamera, se la punta addosso e trasmette dalla sua stanzetta, infatti, nessuno la sta neppure ad ascoltare.

(Cristina Fanti)

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