lunedì 3 gennaio 2011

Hereafter

Il film si apre in una camera da letto, poi una spiaggia e una tipica trappola per turisti, una stradina popolata da bambine sorridenti e bancarelle mangia dollari in un villaggio della, diciamo, Tailandia. Bam, il mare si gonfia, un’onda che potrebbe contenere un sottomarino rotola verso la spiaggia. Vorrei scappare tanto sembra vera. Ottimo, un grande film d’azione. Dieci minuti al cardiopalma mentre una dei nostri protagonisti è investita in pieno dallo tsunami, un’automobile spinta dalla marea le sfonda il cranio, diventa blu, ha una visione e infine torna a respirare. Accidenti, questa roba piace. La tensione è interrotta spostandoci a San Francisco. Scopro che nel cast c’è Matt Damon, e anche che non si tratta di un film d’azione, ma di un duro viaggio all’interno di forti individualità centrato intorno ad uno dei maggiori misteri della vita: la morte. Clint Eastwood ci ha gabbato.

160 lustri, una pellicola all’anno da quando gli orologi hanno segnato i suoi 65, uno stile di regia sobrio e curato, diverso dal mainstream hollywoodiano. “Mi piace abbracciare quelle storie che ci fanno conoscere i personaggi nel dettaglio piuttosto che incoraggiare il breve spettro di attenzione della moderna generazione”. In traduzione eastwoodiana, quello che tutti abbiamo pensato uscendo dalla sala: “questo film è lento”.

Hereafter parla di morte, e lo fa offrendo diverse prospettive in materia: l’esperienza sovrannaturale della giornalista francese vittima dello tsunami, che dopo la sua visione di un deserto abitato da sagome di luce ha difficoltà a concentrarsi nel lavoro; Matt Damon, un sensitivo che connette le persone con i loro cari defunti, quelle stesse sagome di luce di quello stesso deserto, traumatizzato dal suo dono, che vede più come una condanna; il lutto di un bambino che perde suo fratello gemello, al quale è legato da un filo fin troppo doppio al fine di fronteggiare una madre eroinomane e senza un briciolo di dignità.

Si spazia tra toni opposti, dal caos iniziale a quiete e ombra dell’appartamento in cui Damon fornisce riluttante i suoi servizi. Ciò prova che mirabolanti effetti speciali possono essere accoppiati a un grande dramma e non sempre devono contare sulla presenza di alieni in 3D o robot in computer grafica per essere apprezzati dal pubblico. Grande l’elasticità del regista che riesce a seguire senza deragliare il delicato tracciato della sua storia, non forzando mai il suo punto di vista. Il film non si allinea, non fornisce particolari messaggi, narra e lascia allo spettatore le somme da tirare. Conquisterà alcuni e annoierà altri, ma la promessa di cura e passione non è mai tradita.

La narrazione è seguita con grazia, bilanciando l’intreccio fra l’ossessione della morte e il suo più diretto risultato, il lutto, e quello che significa vivere, e andare avanti. Tutti i protagonisti scopriranno che non esiste una facile risposta ma ciò non vuol dire che non ci sia speranza di trovare conforto.

Purtroppo il messaggio non è chiaro allo sceneggiatore che nel finale vira egli stesso proprio su quella strada più facile, contando, forse troppo, su un senso di provvidenza non presente nel resto del film. Forte la necessità di far quadrare i conti, anche se nel resto della storia ci ha mostrato a più riprese che la vita, così come la morte, è un’esperienza imprevedibile.

Eastwood e i suoi attori trattano la sceneggiatura con una mano gentile e rispettosa. Nessuno esagera mai in termini di emozioni, giusta intuizione per un racconto molto intricato, facile da far rotolare lungo il declivio del melodramma se le performance avessero spinto troppo sul patetico.

L’inevitabile struttura dei film con storie multiple porta con sé una problematica: è prevedibile. Sappiamo esattamente cosa succederà. Forse non sappiamo come, ma sappiamo che succederà. Le vite dei protagonisti alla fine s’intersecano in qualche modo, e tutta la buona recitazione, la raffinata regia e i dialoghi pesati del mondo, non eviteranno che gli spettatori riescano a fare due più due. Molta magia viene sottratta al percorso che questi compiono insieme ai personaggi se possono facilmente seguirne la traccia da bendati. Non aiuta il fatto che la pellicola sia lunga una mezz’oretta di troppo nel centro, utile solo ad inspessire le fondamenta del gran finale ma senza aggiungere nulla in termini di energia, e resa guardabile più che altro dalla performance meravigliosamente in sordina di Damon.

Come film di domande sulla vita e la morte funziona, come film su un uomo reso miserabile dalle sue abilità funziona, ma appena si capisce come tutti i nodi verranno al pettine, l’incanto muore come travolto da un’onda anomala.

(Cristina Fanti)
da filmfilm.it

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